Teatro

George Elliott Clarke

La poesia è anche gioco e ritmo. E divertimento, perbacco!!!

 

http://www.youtube.com/watch?v=PdHixah3aT0

George Elliott George, di nuovo

George Elliott Clarke: il teatro

Nel teatro di George Elliott Clarke l’amore e l’odio irrompono in scena. Il bianco e il nero delle emozioni tengono gli spettatori schiacciati sullo schienale delle poltroncine. Almeno, così immaginiamo, visto che i drammi non li abbiamo visti a teatro, ma soltanto letti. D’altra parte, non è difficile immaginare l’efficacia della messa in scena di queste opere. Ogni frase dei protagonisti ha qualcosa che la rende indispensabile. Crediamo sia la formazione poetica di Clarke che entri in gioco: niente è inutile, tutto deve avere un motivo. Ed è l’indispensabilità dei dialoghi, la loro paradossale irripetibilità (così succede per il grande teatro, anche se domani l’opera andrà in scena di nuovo), che rende il gioco teatrale così godibile, interessante. Abbiamo l’impressione che nella messa in scena di questi drammi si sentiranno pochi colpi di tosse: la gente sarà concentrata su quello che sta accadendo in scena piuttosto che sulla sua bronchite.

 

George Elliott Clarke: la poesia

Non faremo lo sbaglio di citare dei versi, anche se spesso Clarke ne scrive di memorabili. La poesia è una pianta delicata: se le si strappano delle foglie muore. Tutto fila liscio, in queste poesie, sono brevi e ogni verso è come una spinta, uno schiaffo. Non si leggono a freddo, ti chiedono di partecipare, ti chiedono di dare un parere, ti strattonano. Per questo ci piacciono così tanto, perché sono delle sfide all’intelligenza, pur essendo perfettamente comprensibili e, in fondo, semplici. Del resto, cosa chiediamo alla poesia? La compressione massima del significato, ecco quello che chiediamo. I versi di Clarke sono cioccolatini semantici, esplodono nel cervello, cancellano tutto il resto. E questo perché il poeta, questo poeta, ha qualcosa da dire. Ha qualcosa da dirci, ad ognuno di noi, qualcosa di nuovo, che non avevamo mai udito prima. Alla forma, sempre perfettamente bilanciata a concisa, si uniscono una fantasia e un impulso emotivo al quale non eravamo più, diciamolo pure, abituati. Come non eravamo più abituati a un poeta che, pur parlando spesso in prima persona, si toglie di mezzo, cancella il suo io e parla di noi, dei nostri dubbi, dei nostri dolori. Niente recriminazioni personali, descrizioni di stati d’animo privati. Si tratta di epica, sotto certi aspetti. Non è una casalinga solitaria, non uno studente deluso, questa volta si tratta di un eroe, nel senso migliore del termine. Uno che fende la vita, che la attraversa a testa alta mentre la descrive. Un uomo coraggioso che trasmette un po’ del suo coraggio anche a noi, che non ruisciamo a dire quello che vorremmo dire per il semplice fatto che non siamo dei poeti. Parliamo quindi attraverso la sua bocca, la bocca sapiente di Elliott Clarke, lasciamo che sia lui a spiegare chi siamo, noi poveri muti, noi che non sappiamo dire con cura, con delicatezza, con precisione, chi siamo, cosa vogliamo.

Jean Cocteau, La voce umana, la macchina infernale, Einaudi, Euro 10,50

Una sola voce. Un dialogo al telefono. Un amore finito e la disperazione. E’ pura musica. La naturalezza di Cocteau, il suo savoir faire, la sua tagliente cattiveria, la sua indisponente ironia. Troverete Anna Magnani che ne recita una parte, su Youtube. Lo squallore della confessione, l’amore che riverbera in continuazione. E’ un monologo perfetto, un baratro dove cadi. A teatro non lo fanno mai. La protagonista dev’essere brava per davvero. Forse è questo il problema.